Non è particolarmente allegra una riflessione sulla morte. Ma è proprio nel rapporto di sé con gli altri e con l’Altro nei momenti che si fanno prossimi alla fine che si gioca molto dell’esistenza di ciascuno.
Appunto al momento in cui la nostra esistenza finisce (così potremmo definire la morte?) è dedicato un saggio, finora inedito, del celebre filosofo tedesco Max Scheler, noto per il suo testo fondamentale La posizione dell’uomo nel cosmo, pubblicato nell’anno della sua morte (1928; era nato a Monaco di Baviera nel 1874). Ora nel contributo «La morte nel contesto di vita morale», che comprare in coda a Sfera assoluta (testo mai pubblicato finora, neppure in tedesco, e per la prima volta disponibile grazie alla traduzione di Anna Piazza), Scheler ci guida passo passo in una valutazione morale della morte che la illumina con la finezza della sua riflessione. (...)
Scheler definisce la morte «sacrificio della singola vita». Ovvero: un dovere che bisogna accettare con libertà: «L’uomo dovrebbe portare morire con libera volontà e guardare la morte per quello che è (anche se egli non la guarderebbe così) – come sacrificio. La morte dell’uomo dovrebbe essere un sacrificio libero e gioioso offerto alla propria stessa vita». Questo, proprio perché «c’è una cosa che il pensiero della morte genera in ogni caso: la distinzione fra ciò che è autentico e ciò che non lo è, fra ciò che l’uomo ama e ciò che ama solo apparentemente». L’esemplificazione classica è Socrate: «La sua morte fu il coronamento e la più intima sintesi di tutti gli atti della sua vita».
Appunto al momento in cui la nostra esistenza finisce (così potremmo definire la morte?) è dedicato un saggio, finora inedito, del celebre filosofo tedesco Max Scheler, noto per il suo testo fondamentale La posizione dell’uomo nel cosmo, pubblicato nell’anno della sua morte (1928; era nato a Monaco di Baviera nel 1874). Ora nel contributo «La morte nel contesto di vita morale», che comprare in coda a Sfera assoluta (testo mai pubblicato finora, neppure in tedesco, e per la prima volta disponibile grazie alla traduzione di Anna Piazza), Scheler ci guida passo passo in una valutazione morale della morte che la illumina con la finezza della sua riflessione. (...)
Scheler definisce la morte «sacrificio della singola vita». Ovvero: un dovere che bisogna accettare con libertà: «L’uomo dovrebbe portare morire con libera volontà e guardare la morte per quello che è (anche se egli non la guarderebbe così) – come sacrificio. La morte dell’uomo dovrebbe essere un sacrificio libero e gioioso offerto alla propria stessa vita». Questo, proprio perché «c’è una cosa che il pensiero della morte genera in ogni caso: la distinzione fra ciò che è autentico e ciò che non lo è, fra ciò che l’uomo ama e ciò che ama solo apparentemente». L’esemplificazione classica è Socrate: «La sua morte fu il coronamento e la più intima sintesi di tutti gli atti della sua vita».
Sono soprattutto due gli ambiti in cui il fenomenologo tedesco (avversato dal regime nazista a causa della discendenza ebrea da parte di madre, lui diventato cattolico in età adulta) si sofferma: il martirio e il suicidio. Anzitutto il martirio: spesso l’attenzione dei più è concentrata sulla grandezza di coloro che danno la propria vita in offerta non violenta per un ideale (non dunque la sciagurata possibilità evocata dal terrorismo islamista, che dà origine a un martirio blasfemo, dare e darsi la morte in nome di Dio). Scheler mette invece in risalto l’altra faccia della medaglia: «Il martire presuppone il peccato di coloro che lo obbligano al martirio e lo privano della benevolenza e del bene di una morte naturale che sarebbe destinata anche a lui».
Visto così, il martirio si svela come una profonda ingiustizia: «È triste che l’uomo abbia bisogno di tali segni per riconoscere la vera grandezza di un’anima, ed è triste, profondamente triste, che solo un determinato, nobilmente riflesso modo di morire liberamente o di aver potuto morire meglio, dischiuda gli occhi al mondo per quello che un uomo avrebbe potuto vivere, cioè che altezza di perfezione avrebbe raggiunto se lo si avesse lasciato vivere più a lungo». Di tanti martiri della carità, della pace, della nonviolenza (da Martin Luther King a Charles de Foucauld, giusto per fare due nomi) meglio non si sarebbe potuto dire.
Sul suicidio, poi, la provocazione del pensatore germanico è graffiante: «La domanda non è più se ho il diritto di morire, ma perché ho quello di vivere». E senza troppo appellarsi a Dio come creatore dell’uomo, ma introducendo la categoria più laica di 'Tutto vitale', Scheler afferma: «Io sono responsabile riguardo al possesso della mia vita nei confronti del Tutto vitale. Dal momento che la mia vita è un regalo naturale da parte del Tutto vitale e indirettamente da Dio, non sono autorizzato a deporre o a portare questa vita arbitrariamente». Insomma, «per i regali bisogna essere grati, in qualsiasi forma essi possano presentarsi. Il nulla è più terribile di ogni essere, anche dell’essere più misero». (Lrenzo Fazzini)
Visto così, il martirio si svela come una profonda ingiustizia: «È triste che l’uomo abbia bisogno di tali segni per riconoscere la vera grandezza di un’anima, ed è triste, profondamente triste, che solo un determinato, nobilmente riflesso modo di morire liberamente o di aver potuto morire meglio, dischiuda gli occhi al mondo per quello che un uomo avrebbe potuto vivere, cioè che altezza di perfezione avrebbe raggiunto se lo si avesse lasciato vivere più a lungo». Di tanti martiri della carità, della pace, della nonviolenza (da Martin Luther King a Charles de Foucauld, giusto per fare due nomi) meglio non si sarebbe potuto dire.
Sul suicidio, poi, la provocazione del pensatore germanico è graffiante: «La domanda non è più se ho il diritto di morire, ma perché ho quello di vivere». E senza troppo appellarsi a Dio come creatore dell’uomo, ma introducendo la categoria più laica di 'Tutto vitale', Scheler afferma: «Io sono responsabile riguardo al possesso della mia vita nei confronti del Tutto vitale. Dal momento che la mia vita è un regalo naturale da parte del Tutto vitale e indirettamente da Dio, non sono autorizzato a deporre o a portare questa vita arbitrariamente». Insomma, «per i regali bisogna essere grati, in qualsiasi forma essi possano presentarsi. Il nulla è più terribile di ogni essere, anche dell’essere più misero». (Lrenzo Fazzini)
Max Scheler
SFERA ASSOLUTA E POSIZIONE REALE DELL’IDEA DI DIO
Franco Angeli Editore. Pagine 144. Euro 18,00
fonte: Avvenire - feb 2015