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venerdì 13 marzo 2020

E il card. Sepe chiede a san Gennaro di intercedere contro l’epidemia del Corona virus


Napoli - Si è inginocchiato là dove il 13 gennaio del 1527 il popolo di Napoli fece il suo voto: la cappella dedicata a san Gennaro, sorta in cambio della protezione dalla peste e dalle continue eruzioni del Vesuvio. Il cardinale Crescenzio Sepe, arcivescovo di Napoli, ha pregato il santo patrono di Napoli e della Campania perché «interceda per noi e ottenga con tutti i santi medici, la liberazione da questa epidemia per cantare e ringraziare con cuore nuovo la misericordia di Dio Padre, Figlio e Spirito Santo».

La preghiera di intercessione, formulata per l’occasione, verrà proposta sui social più utilizzati (instragram, facebook), sul sito della diocesi e stampata in 50mila copie che i parroci faranno trovare nelle chiese. Davanti all’immaginetta: il busto del patrono a cui Napoli chiede di essere liberata dal virus, come accadde già nel 1526, quando la città era stremata da una lunga serie di flagelli. La guerra tra gli Angioini e gli Spagnoli, le eruzioni e i terremoti del Vesuvio, la tremenda peste che aveva provocato la morte di decine di migliaia di persone indussero i napoletani a pregare il vescovo martire. E il voto dei cittadini al santo “liberatore” fece nascere l’attuale cappella dove sono custodite le ampolle di San Gennaro che, come è accaduto anche nel 2008, quando Napoli era schiacciata dalla tremenda emergenza dei rifiuti, furono traslate e esposte da Sepe in via straordinaria perché la città era sprofondata «in una delle notti più buie della sua storia».

Oggi, più di allora, la diocesi vive un momento di grande difficoltà ma anche «una grande opportunità di crescita interiore nella fede», spiega l’arcivescovo. Perciò raccomanda alla comunità: «la lettura della Parola di Dio ogni giorno, il digiuno quaresimale da ciò che abbiamo di più prezioso, per prepararci con uno spirito nuovo alla celebrazione della santa Pasqua». La preoccupazione del pastore è di «non lasciare solo nessuno, soprattutto gli anziani, i malati, i poveri» che Sepe raccomanda nella sua preghiera «invitando tutti a gesti di solidarietà e di vicinanza». A san Gennaro la richiesta di liberazione e la protezione.

articolo di Rosanna Borzillo su Avvenire 13/3/2020

lunedì 21 dicembre 2015

VETUSTA E PRODIGIOSA IMMAGINE DI S. LUCIA rinvenuta quasi integra tra le macerie della Parrocchia S. Lucia a Mare in Napoli

La chiesa di Santa Lucia a mare custodisce le reliquie dei suoi occhi.  Sull'altare maggiore è collocata una statua lignea dei primi anni del XVIII secolo, raffigurante Santa Lucia, attribuita a Nicola Fumo.
Da secoli dedicato aIla gloriosa Vergine e Martire S. Lucia, il santuario, oggi basilica pontificia minore, è testimone perenne dell'effícace intercessione di questa inclita Vergine presso il trono di Dio a vantaggio dei fedelí che chiedono la guarigione dei mali degli occhi ed implorano supplichevoli di essere preservati dall'orribile sciagura della cecítà. Esso, quasi totalmente distrutto nell'incursione aerea del 4 agosto 1943, è risorto più vasto e più bello per la pietà e Ia riconoscenza dei fedeli verso si potente Taumaturga.






O gloriosa Vergine e Martire Santa Lucia, che significate col nome medesimo lo splendore della luce e siete invocata nelle infermità degli occhi come speciale Protettrice, deh, con speciale vostra potente intcrcessione, otteneteci da Dio la grazia di tencr sempre accesa la luce della Fede e la fiamma della Carità, ed impetrateci altresì la conservazione del prezioso dono della vista, affinchè, facendone sempre buon uso, evitiamo ogni pericolo di peccato, ed aspirando alle bellezze celesti, possiamo conseguire insieme con voi iI possesso della eterna luce del Paradiso.


Tre Gloria Patri.


Indulgenza di 300 giorni concessa dal Cardinale
Arcivescovo di Napoli ALFONSO CASTALDO.



Il Parroco
Mons. Don Antonio Bruno

Stampato nella tipografia R. Picone - Napoli






Il Santuario Santa Lucia a Mare, è così chiamato perché un tempo, prima dell’espansione del Borgo, sorgeva sulla riva della spiaggia.

La tradizione vuole che sia stata fondata da una nipote dell’imperatore Costantino ma della chiesa originaria non si hanno notizie prima del IX secolo. I primi ad occuparla furono i monaci basiliani, che avevano un convento dov’è oggi Castel dell’Ovo. In seguito la chiesa passò alle suore di Santa Patrizia.

Nel 1588 sul posto dell’antica costruzione, fu eretta una nuova chiesa. L’attuale edificio religioso si trova alle falde del monte Echia nel quale si aprono un gran numero di grotte che furono usate nell’antichità per riti religiosi.

Vi sgorgavano, all’interno di esse, delle sorgenti di acqua minerale, che veniva poi trasportata per la vendita in tutta la città nelle “mummere “ (anfore di argilla) dagli “acquaioli” , figure tipiche di venditori ambulanti di acqua dell’800.