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mercoledì 13 gennaio 2016

B. GREGORIO DEL SANTO CHIODO DI SPOLETO, EREMITA SUL MONTELUCO


San Brizio, nel comune di Spoleto

CHI ERA IL BEATO GREGORIO ?

Il Beato Gregorio  nacque in San Brizio, borgo che sorge tra Spoleto e Montefalco. Si dice sia stato un penitente francescano, probabilmente terziario francescano, di certo era un eremita del Monteluco di Spoleto, dove morì nel 1473. Giorno della sua festa è il 12 marzo.

Scrive il folignate Ludovico Jacobilli nell'opera Vite de Santi e Beati dell'Umbria e di quelli i corpi dei quali riposano nell'istessa, (1) che, tra gli eremiti del Monte Luco, vi fu il "Beato Gregorio da S. Brizio, castello del contado di Spoleto, il quale portò in essa città un Chiodo con il quale nostro Signore fu crocifisso; e morì santamente in uno di quelli Eremitorii a dodici marzo 1473 e il suo corpo fu sepolto nella cattedrale".

Il ricordo del Beato Gregorio è, infatti, legato soprattutto alla Terra Santa e alla reliquia del  Santo Chiodo della passione che ne riportò, ora conservata nella Chiesa di San Domenico: "Narra una pia legenda che, recandosi con le crociate bandite da Pio II in Terra Santa, il Beato Gregorio ritornandosene deluso nella speranza di riportarne qualche preziosissima reliquia, giunto in riva al mare ebbe consiglio da un angelo di scavar nella sabbia su cui riposava. Obbedì e rinvenne un grosso chiodo, che, anche pel modo con cui gli era stato rivelato, comprese essere la preziosissima reliquia desiderata: uno dei chiodi della croce di Gesù" (2).

Egli è ricordato, inoltre, quale maestro del terziario francescano illirico Beato Demetrio Albanese, che già combattente con le truppe di Giorgio Castriota Scandenberg, era giunto in Italia dopo l'invasione ottomana dell'Albania. Ritiratosi sul Monteluco di Spoleto, il Beato Demetrio ivi fu avviato alla vita eremitica sotto la guida del Beato Gregorio, di lui più anziano.
Antonio Blasucci nella voce della Bibliotheca Sanctorum dedicata al B. Demetrio Albanese, afferma essere stato il Beato Gregorio un terziario francescano: "Dall'Albania, dove era nato, giunse in Italia nel 1441 fermandosi a Spoleto. Qui vestì l'abito del Terz'Ordine, rimanendo sotto l'obbedienza del b. Gregorio di Spoleto, anch'egli terziario francescano ed eremita, in uno dei dodici romitaggi di Monte Luco, per cinquant'anni, dedicandosi alle penitenze e all'orazione. Morì il 10 ottobre 1491. Il suo corpo fu sepolto nella chiesa del convento di S. Paolo dei Frati Minori Osservanti, fuori di Spoleto, non lungi da Monte Luco. La sua memoria viene fatta il 10 ottobre".

Il convento di Monteluco è l'unico tra gli antichi romitori ad essere ancora abitato, da una comunità di Frati minori, mentre lacerti di altri antichi eremi sono attualmente inglobati nelle proprietà di ville private.

Un breve ritratto del Beato Gregorio è stato recentemente redatto, sulla scorta dello Jacobilli, da una eremita dei nostri giorni, Teresa Bertoncello (3), la quale vive sulle stesse pendici del Sacro Monte di Spoleto, nel novello "eremo degli Angeli":

Particolare della pala 'altare
"Madonna
con il Bambino e san Clemente I
e il Beato Gregorio", che per alcuni tratti
realistici, viene reputato un ritratto assai
preciso dell'anacoreta.
"Nato nel 1400 circa in s. Brizio da devoti genitori, il Beato Gregorio apprese dalla viva voce dei suoi familiari il valore della vita per la fede e quello della fede per la vita. Di precoce sensibilità religiosa, coltivò una vita devota che lo preparò alla vita eremitica a cui si dedicò appena si fu reso libero uno dei dodici eremi della "Tebaide umbra".
Lì, in solitaria e silenziosa compagnia con i solitari di quel monte, si mantenne in conversazione con Dio e con gli angeli che sempre lo accompagnavano e talora lo visitavano.
Avuta notizia che era stata indetta una crociata per la liberazione dei Luoghi Santi, volle unirsi con finalità strettamente devota: venerare quei luoghi del Vangelo e riportare una reliquia di nostro Signore. Gli eventi non andarono proprio così: visitò sì la Terra Santa, ma non gli riuscì di ottenere alcuna reliquia. Dispiaciuto, ma fiducioso, si mise sulla via del ritorno: una reliquia della passione dl Cristo l'avrebbe recuperata da qualche altra parte.
Stesosi a riposare sul litorale di Venezia, venne svegliato da qualcuno che gli disse: "Cerca sotto il tuo capo, troverai la reliquia". Balzò in piedi e si diede a scavare sotto la sabbia con il bastone e con le unghie. Gli brillarono gli occhi di gioia quando vide spuntare un chiodo grande, grosso, quadro, spuntato, con la capocchia a mezza luna, lungo un palmo che pesava otto once.
Comprese subito che era il chiodo dei piedi di Cristo, quello che nel 326 s. Elena, di ritorno dalla Palestina recando la Croce di Cristo, aveva gettato in mare per calmare 1a tempesta. E quel tratto di mare ch'era chiamato "Voragine dei naviganti" da quel giorno si chiamò 'Mare santificato"'

Spoleto: a sin. la Rocca dell'Albornoz
e sullo sfondo Monteluco
Con l'ali ai piedi, ritornò a Monteluco e conservò con venerazione il Santo Chiodo in un tabernacolo. Di quel ch'era accaduto parlò solo prima di morire con il suo confessore.
Visse santamente nel suo eremo fino al suo passaggio alla vita eterna che avvenne il 12 marzo1473.
Il suo corpo fu con molta devozione e concorso di popolo tumulato nella cappella della Concezione della cattedrale di Spoleto".

La diffusione del culto del Beato Gregorio da San Brizio - beato storico, beato"vox populi" - è da riconnettersi al fenomeno dell'affermarsi, in molte zone dell'Italia del '400, di figure di "santi locali", promossa dagli Ordini religiosi, specialmente dell'Osservanza in ambito francescano, ma anche dalle Diocesi come in questo caso.

Il culto rivolto al beato Gregorio, inoltre, è strettamente legato alle vicende del Santo Chiodo, che sancirono la fama sanctitatis dell'eremita del Monte Luco, tant'è che a pochi anni dalla morte, le sue spoglie mortali hanno trovato onorato riposo in una cappella del Duomo di Spoleto, a lui dedicata.

Marco V. Stocchi


  • SEMPRE SU QUESTO SITO :

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      (1) Ludovico Jacobilli, Vite de Santi e Beati dell'Umbria e di quelli i corpi dei quali riposano nell'istessa, ... e catalogo delle Reliquie insegno chi vi si conservano, p 228, Stamperia Heredi d'Agostino Alterij, Foligno, 1661.
      (2) Carlo Bandini, Monte Luco, con prefazione di Ugo Ojetti e 14 illustrazioni di M.T. Bendini, p , Claudio Argentieri Editore, Spoleto, 1921.
      (3) Teresa Bertoncello, I cultori dell'Assoluto. Tra storia e leggenda, Vite di santi, beati e figure religiose eminenti dell'arcidiocesi di Spoleto-Norcia, Spoleto, 1999.



      Sullo sfondo la Rocca e sulla dx il Monteluco


      LA CAPPELLA DEL BEATO GREGORIO EREMITA DEL MONTELUCO NELLA CATTEDRALE DI SPOLETO E NEL MUSEO DEL DUCATO DI SPOLETO




      Memorie artistiche del beato Gregorio
      eremita del Monteluco
      nella città di Spoleto

      Il Beato Gregorio  nacque in San Brizio, borgo che sorge tra Spoleto e Montefalco. Si dice sia stato un penitente francescano, probabilmente terziario francescano, di certo era un eremita del Monteluco di Spoleto, dove morì nel 1473.
      Ne abbiamo pubblicato un profilo biografico:

      culto

      Il culto rivolto al beato Gregorio, è strettamente legato alle vicende del Santo Chiodo, che sancirono la fama sanctitatis dell'eremita del Monte Luco.
      tant'è che a pochi anni dalla morte, le sue spoglie mortali hanno trovato onorato riposo in una cappella del Duomo di Spoleto, a lui dedicata.

      Interno della Cattedrale di S. Maria Assunta (Duomo)
      Foto in alto: suggestivo scorcio del Duomo
      Scrive il Bandini: "Prima che quest'altare fosse rinnovato con ricchi marmi verso la fine del sec. XVIII, la salma del beato Gregorio era ivi raccolta e venerata in un bel sarcofago di pietra tiburtina disposta sotto la mensa dell'altare. E forse sopra questa si elevava, in una ricca cornice, una tela del Labruzzi (vedi di seguito) che per alcuni caratteri realistici, venne reputato un ritratto assai realistico di quest'anacoreta.
      E pare si afferma che dalla sua pietà fosse donata al nostro Duomo pure la campana maggiore (1). Secondo tutti gli agiografi locali il beato Gregorio sarebbe vissuto nel sec. XV e morto nel 1473.
      Peraltro fortunate e diligenti indagini del Fausti hanno accertato che fin dal 1348 la salma di questo eremita trovasi raccolta e venerata nella nostra Cattedrale. E e quindi la biografia - o, per lo meno la cronologia - deve subire radicali modificazioni".

      C'è, dunque, una discrepanza tra la documentazione di un sarcofago ligneo, documentato nel Duomo nel 1348, e quello marmoreo del Beato Gregorio risalente al periodo dell' ampio programma di decorazione in 1486-8. Gli storici locali e lo stesso cartiglio sotto la  pala d'altare Madonna con il Bambino e san Clemente I e il Beato Gregorio, che si trovava nella cappella (vedi di seguito), sarebbero in errore.
      Il cartiglio recita così: "A beati Gregori Spoletani sub hoc altari sita sunt ossa qui cum in eremo montis Luci ad extrema usque senectutem sanctissimae vixisset angelorum colloquio et miraculis clarus obit anno 1473". 


      Sarcofago del Beato Gregorio, proveniente dalla cattedrale di S. Maria Assunta di Spoleto
      ora collocato nella sala 4 del Museo Storico del Ducato di Spoleto

      Opera scultorea dell’ultimo quarto del XV secolo in marmo bianco, cm. 50x211x68

      Spoleto, Cattedrale
      di S. Maria Assunta
      Il rilievo sul fronte del sarcofago (foto in alto) raffigura il Beato Gregorio in preghiera all'esterno suo eremo con un angelo che gli appare tenendo una pergamena. In esso, "si vede la foggia dell'abito adottato da questi eremiti, che è una specie di sacco di lana e non più il "melote" degli antichi anacoreti" (2).
      La lunga iscrizione dice che il servo di Dio ha vissuto una vita celibataria da eremita sul Monteluco, che fu pellegrino e che faceva miracoli, dopo la sua morte.

      SERVUS · DEI · / GREGORIUS · SPOL/ETANUS · IN MONTI/SLUCI · HEREMO · CE/LIBEM · VITAM · PERA/GENS · DIERUM · AC · SA/NCTIMONIAE · PLEN/US · MIGRAVIT · AD D/OMINUM · SIGNIS ATQUE · / MIRACULIS · CORUS/CANS · ASSIDUIS
      Dalla catterale al museo

      Nella visita della Cattedrale del vescovo Giacinto Lascaris (1712), il sarcofago è ancora descritto al suo posto: «La terza cappella s’intitola del Beato Gregorio. Il di lei altare è formato da una cassa di marmo lavorata con varie figure e fogliami, entro la quale riposa il corpo del beato Gregorio (…) Sopra et in faccia all’altare vi è un quadro in tavola, quale rappresenta le immagini della Beata Vergine col Bambino in braccio, di s. Clemente e del beato Gregorio» (5)".

      Il sarcofago è stato osservato nel 1873 nei pressi della Cappella di Sant'Anna e ciò fa pensare che questo potrebbe essere il sito originale della cappella. In seguito, finito in un deposito scomparve, ma fu provvidenzialmente ritrovato a Roma, prima di perdersi per sempre in qualche collezione privata, forse all'estero, durante un'operazione delle forze dell'ordine. Dal 1910 ed è nella Sala 5 del Museo Nazionale del Ducato di Spoleto.


      La cappella della Cattedrale (6)

      La cappella fu demolita nel rimodellamento del Duomo del 1785-1792, ma due elementi della sua decorazione sono ancora presenti all'interno del Duomo:



      • Una pala d'altare della Madonna con il Bambino e san Clemente I e il Beato Gregorio, che ora è sulla parete destra del transetto sinistro del Duomo.
      - La cappella ha acquisito una dedicazione aggiuntiva a San Clemente nel 1522: ciò suggerisce che la pala è stata dipinta in questo periodo, anche se le considerazioni stilistiche suggeriscono una data precedente.
      - La pala d'altare è in una cornice ornata che porta le braccia del vescovo Paolo Sanvitale. Il telaio risale probabilmente al 1597, quando il vescovo Sanvitale riconosciuto l'autenticità delle reliquie.
      - L'iscrizione dice che il beato Gregorio morì in compagnia degli angeli in estrema vecchiaia nel 1473 in un eremo sul Monteluco.


      • Una pala d'altare (circa 1792) del "Beato Gregorio e angeli" di Pietro Labruzzi, che è nel quarto altare a destra del Duomo, che raffigura il Beato Gregorio come un pellegrino a cui uno degli angeli offre la reliquia del Santo Chiodo.
      Il Labruzzi ha messo in rilievo che il beato eremita è vissuto lunghi anni in solitudine colloquiando con gli angeli, e fa riferimento al sogno del beato Gregorio in maniera allusiva, mostrando un angelo che gli porge il Santo Chiodo. Anche in questa tela, il beato Gregorio è nostrato vestito di sacco, proprio dei penitenti invece che del tradizionale melote degli antichi anacoreti.

      Questo altare probabilmente indica la posizione della cappella che originariamente ospitava le reliquie del Beato Gregorio.

      __________________

      (1) Carlo Bandini, Monte Luco, con prefazione di Ugo Ojetti e 14 illustrazioni di M.T. Bendini, p , Claudio Argentieri Editore, Spoleto, 1921.
      (2) Così il Fontana in Descrizione della Chiesa metropolitana di Spoleto, riferendolo al Lancilli: Vite dei vescovi di Spoleto, Mss. (in Carlo Bandini, op.cit.)
      (3) Traduzione,con alune integrazioni, dal sito internet Key of Umbria.

      DEL B. GREGORIO EREMITA E IL RITROVAMENTO DEL SANTO CHIODO DELLA PASSIONE CHE SI VENERA NELLA CHIESA DI S. DOMENICO IN SPOLETO


      In una cappella laterale della chiesa di S. Domenico in Spoleto - un tempo titolata al S. Salvatore - era custodito il Santo Chiodo che si dice essere stato uno di quelli che trafissero nostro Signore sulla croce.

          Ma egli (Tommaso) disse loro:
      "Se non vedo nelle sue mani il segno dei chiodi e non metto il dito nel posto dei chiodi e non metto la mia mano nel suo costato, non crederò".   Gv. 20,25
      1
      Del beato Gregorio di Spoleto

      e il ritrovamento del Santo chiodo
       gettato nell'Adriatico da Sant'Elena


      Il Santo Chiodo gettato nell'Adriatico da Sant'Elena, fu miracolosamente ritrovato dal Beato Gregorio eremita del Monteluco. E' ritenuto, secondo una tradizione locale, essere proprio quello gettato da Sant'Elena, durante il viaggio di ritorno dalla Terra Santa, nell'Adriatico per sedarne le acque in tempesta.

      Beato Gregorio come un pellegrino
      a cui un angelo offre la reliquia del Santo Chiodo,
      di Pietro Labruzzi (ca. 1792), Duomo di Spoleto
      Nell' Horologie della Passione di Giesù Christo di P. Simone di Napoli, si legge:

      "Nella città di Spoleto Capo dell'Umbria, nella chiesa di S. Salvatore dei Padri Domenicani, si conserva il chiodo che S. Elena (IV sec.) fé gittare nel mare Adriatico, per tranquillizzare le tempeste di quel golfo, che da frequenti naufragi, era detto voragine dei naviganti, trovato miracolosamente dal b. Gregorio Eremita di Monteluchi di Spoleto nel ritorno che faceva da Terra Santa; quale Santo Chiodo, benché sia stato tanto tempo in mare, non li sono però mai cancellate quelle macchie di sangue che anche oggidì si vedono, e è spuntato, e lungo, dicendosi esser di quelli che trafissero li Santi Piedi del Nostro Salvatore". (1)

      Il Beato Gregorio, nativo di San Brizio (borgo a sette chilometri da Spoleto, in direzione di Montefalco) era un eremita vissuto nel '400, probabilmente terziario francescano, vissuto in uno degli eremi sul Monteluco di Spoleto. Lo Svegliarino gli ha dedicato una scheda biografica.

      Nel 1464, dunque, il Beato Gregorio, fattosi pellegrino, tornava dalla Terra Santa senza aver potuto riportarne alcuna reliquia, ma avvertito tre volte da un angelo in sogno, trovò un "Chiodo della Croce di nostro Signore asperso del suo preziosissimo sangue" (2), scavando nella sabbia su cui si era addormentato. Tornato all'eremo di Monteluco, non disse a nessuno del ritrovamento del Santo Chiodo, conservandolo per devozione personale nel suo romitorio, per lunghi anni.

      "Alla morte del Beato Gregorio - scrive nel 1672, F. Angelo Paciuchello -  il nuovo, inconsapevole proprietario (un altro eremita, ndr) portò quel chiodo da un fabbro che aveva la sua officina vicino alla chiesa del Salvatore (oggi S. Domenico), chiedendo di ricavare una zappa. L'artigiano tentò inutilmente di scaldarlo per ricavarne lo strumento richiesto: stizzito lo gettò allora via gridando "Sei forse un chiodo della croce di Cristo?". Non aveva finito di pronunciare la frase che il suo braccio si paralizzò.
      Alle sue grida accorse molta gente. Il confessore del b. Gregorio narrò quanto gli aveva rivelato l'eremita in punto di morte e il vescovo, raccolto il chiodo, toccò il braccio inaridito del fabbro; immediatamente il sangue riprese a circolare e, tra lo stupore dei presenti, il fabbro fu sanato.
      Il vescovo dispose che la preziosa reliquia fosse affidata ai PP. Domenicani del vicino convento e da allora in città si diffuse l'uso di segnare i malati con il Santo Chiodo" (3).


      - Tale pia legenda fu sanzionata solennemente da vari Pontefici, specialmente Pio V (1504-1572).
      - "Nel 1591 era ospite del convento Papa Gregorio XIV, che sofferente di vari mali si fermò a pregare davanti al chiodo e fu guarito. Poi però, il 16 ottobre di quell'anno morì" (4).
      - Fu il vescovo Paolo Sanvitale ad aver ordinato il riconoscimento ufficiale della reliquia nel 1597.

      Cappella Benedetti di Montevecchio,
      dove in una nicchia dell'altare è conservato
      il reliquiario del Santo Chiodo.
      Oggi la reliquia è conservata nella cappella Benedetti di Montevecchio della Chiesa di San Domenico. Nella stessa cappella ad opera del decoratore Liborio Coccetti si possono ammirare due lunette raffiguranti "L'Angelo che indica il sacro chiodo" e il "Vescovo che risana il fabbro con il sacro chiodo".

      Divenuta oggetto di grande venerazione (5), il Santo Chiodo è conservato in un reliquiario d'argento (del 1726) all'interno di un altro, che è dorato, entrambi i quali sono opera orafa del romano Ludovico Barchi. Il reliquiario è esposto per l'adorazione ogni anno il Venerdì Santo e il 3 maggio.

      Interno della Chiesa di San Domenico:
      sul transetto sinistro scorcio della cappella
      che espone la reliquia del Santo Chiodo





       


      RAGGUAGLI

      "In un breve opuscoletto a stampa pubblicato nel 1876 dalla Tipografia dell'Umbria, senza indicazione d'autore, col titolo Memorie del Santo Chiodo, esso è descritto "di figura oblunga, a sezione quadrangolare, con punta ottusa; la sua lunghezza è di 23 centimetri, dello spessore di 20 millimetri. La sua grandezza eccede quella di altri Chiodi che altrove si venerano, induce a tenere quasi con certezza assoluta, col dott. S. Anselmo ed altri gravi autori, che sia precisamente quello che servì a configgere i piedi di nostro Signore". 

      Di questa reliquia e del modo portentoso con cui si ottenne, hanno fatto menzione anche il Jacobilli, il Campello, il Masini, il Raggi ed altri, e più diffusamente ne tratta P. Pietro Martire Frosciante de' Predi in una dissertazione a stampa (6), nella quale commenta una cronaca antichissima, che afferma sia esistita nel Convento dei PP. Domenicani di Spoleto" (7).


      2.
      Dei Chiodi della Passione
      rinvenuti da Sant'Elena

      Sant'Elena con la croce ed i chiodi.
      Scuola castigliana, XV secolo

      Secondo Gregorio di Tours i chiodi erano quattro

      Riguardo le vicende di Sant'Elena, madre dell'imperatore Costantino - dalla Chiesa Ortodossa venerato come santo anch'egli - S. Ambrogio nel “De obitu Theodosii” ricorda del viaggio dell'imperatrice-madre in Terra Santa, il rinvenimento della Santa Croce e dei Chiodi, con queste parole: “Si recò sul Golghota, i soldati videro quella vecchia donna, quella vecchia madre aggirarsi e inginocchiarsi tra le macerie – Ecco il luogo della battaglia: dov’è la vittoria? - disse Elena – Io sono sul trono e la croce del Signore nella polvere? Io sono in mezzo all’oro e il trionfo di Cristo tra le rovine? Vedo cosa hai fatto, o diavolo, perché fosse seppellita la spada che ti ha annientato!” Tanta fede e tanto coraggio fanno esclamare ad Ambrogio: “Beato fu Costantino per una tale madre”.

      Scrive Michael Hesseman (8) che (i tre chiodi della Santa Croce) nel tardo IV e V secolo, eran circondati da particolare venerazione perché si consideravano santificati dal sangue di Cristo che si era su di loro. Circa il successivo destino, le fonti concordano solo a grandi linee.

      In alcuni scritti più tardi - ad esempio in quelli di Socrate Scolastico Sozomeno - si dice che Elena li avrebbe mandati al figlio, Costantino il Grande, che li aveva fatti incorporati nell'elmo e nel morso del cavallo.  Racconta Teodoreto (9): "la madre dell'imperare ... diede istruzioni affinchè una parte dei chiodi fosse inserita nell'elmo dell'imperatore, perché il capo di suo figlio venisse protetto dalle frecce dei nemici. Un'altra parte dei chiodi la fece incorporare nelle briglie del cavallo, non solo per garantire la sicurezza dell'imperatore, ma anche per adempiere a un'antica profezia, secondo la quale da molto tempo il profeta Zaccarra aveva previsto: "In quel tempo anche sopra i sonagli dei cavalli si troverà scritto: 'Sacro al Signore" ( ...) chiaro riferimento a Zc 14,20 (10).

      Secondo questi primissimi resoconti, Elena dapprima avrebbe portato i chiodi per farli lei stessa incorporare nel diadema imperiale e nelle briglie dei cavalli dell'imperatore. Anche autori successivi confermano questa versione (11).

      Del chiodo gettato o no in Adriatico da S. Elena?

      Apprendiamo così da Gregorio di Tours (nel 590 circa) che Elena, nel viaggio di ritorno da Gerusalemme a Roma, durante la traversata dell'Adriatico incappò in una tempesta, che si sarebbe placata quando la madre dell'imperatore ebbe gettato in acqua uno dei chiodi (12).
      Elena non sacrificò certo alla furia del mare la preziosa reliquia, è probabile che I'abbia solo immersa in acqua senza lasciarla andare, visto che il racconto prosegue con l'arrivo dei chiodi a Roma".

      Probabilmente consegnò le reliquie solo l'anno seguente - nel 326 - quando questi , giunse nella Città Eterna per i posticipati festeggiamenti del ventesimo anniversario della sua ascesa al trono (13).

      Conclusione


      Ciò che ci appare oggi come atto di presunzione - uno dei chiodi della croce incorporato nelle briglie e nel diadema imperiale! - non andò neanche allora, in epoca tardo-antica, esente da contestazioni. Altrimenti non si spiegherebbe come mai Ambrogio omelia funebre per I'imperatore Teodosio (14), in cui tessè le lodi di Elena, sentisse l'esigenza di spiegare il comportamento della madre dell'imperatore addebitandolo "non all'inverecondia... ma alla religiosità" : "Saggiamente agì Elena che fece collocare la croce al capo degli imperatori".
      Gli imperatori, "un tempo persecutori", divennero così "annunciatori del vangelo". Con parole energiche il vescovo, poi proclamato santo, formulò la sua teologia del potere legìttimato dalle reliquie: "Sul capo la corona, nelle mani le briglie: la corona della croce perché la fede possa irradiarsi; le briglì pure della croce perché il potere si imponga e predomini non un ordine ingiusto ma una giusta misura".
      Ambrogio presupponeva quindi che il chiodo fosse stato incorporato nella corona imperiale, non nel suo elmo da combattimento, e concludeva orgogliosamente: "Gli imperatori danno maggiore al chiodo della croce che al loro stesso diadema". 

      S. Chiodo nel Duomo di Milano
      sospeso sulla "nivola"
      "Questo racconto - scrive Fausto Ruggeri - non costituisce prova che ai tempi di Ambrogio un santo chiodo si trovasse a Milano: il vescovo voleva richiamare la tradizione cristiana ostentata dalla casa regnante sin dalla conversione di Costantino, tradizione alla quale avevano il dovere di restare fedeli i suoi legittimi successori, compresi dunque gli eredi di Teosio, presenti al rito esequiale, che si apprestavano ad assumere i poteri del padre. Il santo vescovo tendeva altresì affermare il principio che I'autorità imperiale non era assoluta, ma doveva essere sogetta alla legge divina, la sola che legittimasse il potere" (15).

      Marco V. Stocchi

      • NOTE

      (1) Cfr. Horologie della Passione di Giesù Christo, secondo le 24 ore, nelle quali patì ..., composto e predicato da P. Simone di Napoli, vol II, Stamperia Felice Mosca in Napoli, 1709.

      (2) E' una breve citazione tratta dai Comentari sagro-storici della vita, dottrina, e miracoli di Gesu' Cristo figlio di Dio ... , opera di D. Nicolo' Alberti divisa in tre parti, con tre indici .., Stamperia Niccolò Pezzana in Napoli, 1717.

      (3) Cfr. Discorsi morali sopra la Passione di Cristo, di F. Angelo Paciuchello O.P., Stamperia Paolo Baglioni, Venezia, 1672.
      (4) Vedi il PDF

      (5) Ho letto che si trova nei Musei Vaticani una lapide di marmo con una iscrizione latina databile alla fine del secolo XV che invita a venerare devotamente la reliquia.

      (6) La leggenda del Santo Chiodo è stata esposta nel 1644 da P.M. Frosciante, domenicano di Spoleto, in un'opera, conservata nella Biblioteca Vaticana, dove ha riportato notizie sui vari chiodi della Croce: De' Sacri Chiodi con i quali fu inchiodato in Croce il nostro Redentore et in particolare di uno di essi che si conserva nella Chiesa di S. Salvatore nella città di Spoleto (Roma, 1644).

      (5) Ho letto che si trova nei Musei Vaticani una lapide di marmo con una iscrizione latina databile alla fine del secolo XV che invita a venerare devotamente la reliquia.

      (6) La leggenda del Santo Chiodo è stata esposta nel 1644 da P.M. Frosciante, domenicano di Spoleto, in un'opera, conservata nella Biblioteca Vaticana, dove ha riportato notizie sui vari chiodi della Croce: De' Sacri Chiodi con i quali fu inchiodato in Croce il nostro Redentore et in particolare di uno di essi che si conserva nella Chiesa di S. Salvatore nella città di Spoleto (Roma, 1644).

      (7) Carlo Bandini, Monte Luco, con prefazione di Ugo Ojetti e 14 illustrazioni di M.T. Bendini, p , Claudio Argentieri Editore, Spoleto, 1921.
      (8) Michael Hesseman, Testimoni del Golgota. Reliquie della passione di Gesù, pp 99-100, Ed. San Paolo, Cinisello Balsamo (Mi), 2003.
      (9) Teodoreto, Hist. Eccl., II,17.
      (10) "Il possesso di queste reliquie della Passione da parte dell'Imperatore rafforzava (F. Ruggeri, op. cit. nelle note, p 6).
      (11) Sul ritrovamento delle reliquie della Passione da parte di sant'Elena si occupano vari autori di storia ecclesiastica, quali Ruffino, Teodoreto, Paolino d'Aquileia, Niceforo Callisto, Socrate Sozomeno, citati da A. Tamborini, Un'insigne reliquia della Passione del Duomo di Milano, p 18, Milano, 1933.
      (12) Secondo Gregorio di Tours i chiodi erano quattro.
      (13) Gregorio di Tours, De gloria martyribus, I,6.
      (14) Ambrogio di Milano, De obitu Theodosi.
      (15) Fausto Ruggeri, Il Santo Chiodo venerato nel Duomo di Milano, p 5, Nuova Edizioni Duomo, Mi, 2005.


      Si consiglia la visione del sito Reliquiosamente
      della dott.sa Nicoletta De Matthaeis




      Lato est della chiesa di S. Domenico: foto sopra, il portale;
      foto a sinistra la torre campanaria con l'orologio.



















      Facciata principale

      Scorcio della facciata della chiesa di S. Domenico
      CHIESA DI
      SAN DOMENICO
      esterni